Questo post vuole infine riportare le considerazioni in seguito ad alcune interviste rilasciate da alcuni esperti nel campo clinico.
Se infatti da una parte abbiamo voluto indagare le rappresentazioni sociali della “gente comune” sulla realtà virtuale, dall’altra, l’interesse si è rivolto verso la figura del terapeuta, per capire l’opinione diffusa e l’atteggiamento verso questo strumento nella cura psicologica di alcuni disagi diffusi.
A seguito di una breve intervista a cui si sono sottoposti alcuni terapeuti e psicologi clinici, riguardo l’utilizzo della realtà virtuale nel contesto psicologico, si afferma quanto segue:
- Alcuni terapeuti, che svolgono la professione da molto tempo e con impronta ancora “gestaltica”, ammettono di non essere totalmente informati sull’utilizzo e sui risultati dello strumento virtuale nella clinica psicologica, per cui non si sono avute risposte e opinioni chiare sull’argomento.
L’atteggiamento generale di coloro che esercitano, rimanendo e preferendo un contesto classico di setting terapeutico, pare essere curioso e interessato, anche se non ai fini di utilizzo, ma di pura curiosità professionale.
-A seguito delle interviste svolte ad altri psicologi clinici, che conoscono l’utilizzo virtuale dello strumento, ma non lo praticano nel loro contesto clinico, si evince che la realtà virtuale sicuramente potrebbe essere considerato uno strumento di ausilio nella pratica terapeutica, anche se l’atteggiamento di alcuni psicologi intervistati, anni fa era molto più scettico, per la mancanza di informazioni sul setting che si crea in una seduta virtuale .
Pare infatti che per molti non è ancora chiaro il ruolo del terapeuta nel contesto virtuale, temono che il paziente venga lasciato solo con lo strumento, non capiscono chiaramente la relazione terapeutica che si istaura con il soggetto in cura.
Alcuni intervistati sono informati sull’utilizzo della realtà virtuale connessa ai problemi alimentari, più che alle fobie: l’informazione pare essere molto vaga ancora, e spesso chiedono conferma all’intervistatore sulla tipologia del setting terapeutico che si viene a creare.
- Altri terapeuti, da poco praticanti e più informati sul panorama clinico attuale, sottolineano come fattore positivo, per quanto riguarda l’uso del virtuale nel setting clinico, l’idea che si mantenga la vicinanza del terapeuta al fine di una co-costruzione di significato con il paziente e che quindi si mantenga pressochè inalterata l’alleanza terapeutica, nonostante l’introduzione di uno strumento tecnologico.
Pare ci sia tuttavia un po’ di timore nel considerare la tecnologia come “una terza presenza” che si interpone tra il clinico e il paziente, non essendo esperti dell’utilizzo e non avendo la possibilità pratica di sperimentare lo strumento nel proprio setting .
Un aspetto che diversi clinici classici sottolineano, è l’idea di una possibile dissociazione mentale da parte del soggetto che la utilizza (i fenomeni di dissociazione sono presenti in tutti noi, affermano gli intervistati, ma nel paziente panicoso, data la sua elevata vulnerabilità, il rischio sarebbe molto più elevato).
Questa, ci si chiede se possa essere infine una conseguenza dell’utilizzo concreto dello strumento: una volta parlato infatti degli svantaggi che comporta l’uso della tecnologia (nausea, sensazione di sbandamento, giramenti di testa etc.), alcuni clinici si chiedono se i sintomi del soggetto siano solamente effetti conseguenti dell’utilizzo della realtà virtuale o un fenomeno dissociativo di “conversione sintomatica” inespressa a livello verbale.
All’interno del discorso più generale della clinica virtuale, si pensa che all’interno di patologie mentali più gravi (psicosi, schizofrenia), la realtà virtuale possa essere utilizzata in campo non certo terapeutico ma riabilitativo, o come terapia nel caso solo fosse presente nel paziente una patologia secondaria, meno gravosa (un intervistato riporta un esempio di un paziente schizofrenico con problemi di bulimia ed obesità. In questo caso, la realtà virtuale potrebbe venire incontro al problema alimentare, come supporto o integrazione di una terapia classica al problema stesso).
- Quando infine l’intervista si rivolge a coloro che utilizzano la realtà virtuale nel setting clinico di cura, le risposte sono chiaramente molto diverse: si sottolineano molti aspetti positivi , quali il fatto che lo strumento virtuale permette di minimizzare i tempi al massimo, lasciando così il paziente in compagnia del terapeuta, il quale vede esattamente ciò che il paziente sta sperimentando e può, ogni volta lo ritenga necessario, cambiare lo scenario che si presenta; il fatto che il terapeuta può decidere quale contesto creare e in ordine di difficoltà, potendolo modificare, al fine di essere a conoscenza immediata di ciò che il paziente teme di più, potendo osservare nell’immediato le sue reazioni.
Dalle risposte ottenute dai terapeuti che utilizzano nella loro pratica lo strumento virtuale, si sottolinea sempre l’idea che l’esposizione virtuale è comunque da considerare un’integrazione di altri tipi di terapie tradizionali (quali, ad esempio, la terapia cognitivo-comportamentale).
Tuttavia, si sottolinea come il cambiamento che si nota nel trattamento di soggetti disturbati da fobie, disturbi d’ansia e così via, è dovuto al miglioramento della loro percezione di abilità, che scoprono durante la terapia virtuale.

